Un fatto efferato di cronaca che sconvolse Roma. Un ragazzo sequestrato, picchiato, seviziato, torturato e infine ucciso. Una notte fatta di eccessi, di bagordi, di due giovani in apparenza normali. Ognuno però, si sa, nasconde un lato oscuro. Figli perfetti agli occhi distratti di padri, occupati a sentirsi ancora al centro di tutto, incapaci di fare loro spazio, di dare loro il giusto spazio tenendoli stretti in un abbraccio che non ha nulla di sano ma tiene sotto scacco impedendogli realmente di crescere. Droga a fiumi in cui si tuffano incapaci di rimanere se stessi ma alla perenne ricerca di un obnubilamento della coscienza che assolva dai peccati più neri, perché incapaci di intendere e volere. Un dramma che lascia attoniti, basiti, in cerca di risposte che non esistono perché la domanda non è formulabile. Uomini che chiedono in supplica di non essere mai vittime ma non si interrogano fino in fondo per comprendere se sia possibile diventare i carnefici e fare quello che non vorremmo mai subire. In scena, in un’allestimento che innalza statue classiche di incantevole bellezza e le poggia su piedistalli fallaci, funzionali solo per un breve periodo e per uno scopo basico. Elettrodomestici che scongiurano la fatica e alleviano il peso di quello che non siamo più in grado di sopportare. Uomini e donne in costante ricerca di uno sballo perenne che faccia dimenticare l’ orrore compiuto ma anche il male subito. Una piece a forte impatto emotivo che non giudica, non prova a spiegare, non nasconde e non cerca attenuanti. Sbatte in faccia allo spettatore il film dell’ orrore che ha per teatro di posa un appartamento lindo di una zona tranquilla che diventa laido e per sempre maledetto. Consapevole di non celare nemmeno un piccolo aspetto della banalità di un male che arriva da chi si conosce e da una situazione mercenaria che ricorda a tutti che ci si può anche concedere una notte brava a patto che si riesca a tornare in superficie, ancora una volta nella città dei vivi, avendo perso per strada i demoni che albergano nella città dei morti. Un quartetto di attori che non si risparmiano mai. Utilizzano ogni muscolo e fibra del corpo per mettere in scena un delirio che non ha redenzione. Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi e Cristian Zandonella sono magnetici e regalano una performance al contempo intensa e disturbante. Da brividi. La regia di Ivonne Capece utilizza con maestria ogni strumento possibile per rappresentare il corto circuito della mente che distrugge e annienta e non sa nemmeno argomentare il movente.
Un spettacolo che colpisce a fondo, colpisce duramente, ricorda costantemente a chi si sente immune da tanto orrore che nessuno può dirsi estraneo a quello che di terribile può avvenire. In una notte qualunque, in una città di grande fascino e bellezza, in un contesto di apparente benessere e agio, il rovesciamento e la perdizione possono diventare compagni sodali, amici nefasti. Il male si confonde nel quotidiano, strizza l’occhio all’ordinario e non smette mai di irretire, con false promesse, chi abbassa la guardia.
“La città dei vivi” che riprende il testo pluripremiato di Nicola Lagioia edito da Einaudi è uno shock che scuote lo spettatore e lo interroga nel profondo obbligandolo ad una presa collettiva di consapevolezza ma anche ad un esame personale di coscienza. L’arte al servizio della riflessione per aiutare l’uomo nel difficile compito di discernimento fra il bene e il male.
Virna Castiglioni per Global Story Telling










