“Elvis” – Recensione in Anteprima. Al cinema dal 22 Giugno 2022

14 Giu, 2022

Solitamente si apprezza un attore quando, con le sue capacità fisiche e vocali, è capace di rendere un personaggio una situazione o un contesto senza aiuti ‘esterni’, altrimenti sarebbe troppo facile.

Faccio parte anch’io di questo #team, anche se nel caso di questa pellicola mi ricredo su tutta la linea. Non solo per Austin Butler, ma soprattutto per Tom Hanks. Non ho mai avuto una predilezione per questo attore, interprete a mio parere di ruoli stereotipati o resi tali per soddisfare un certo tipo di pubblico. Queste scelte mi hanno fatto passare in secondo piano altre sue prove che magari avrebbero meritato. In “Elvis”, la storia ruota intorno a lui in qualità di punto di riferimento per illustrare la vicenda di una delle icone più significative del ventesimo secolo.

Aiutato da un trucco che per i primi istanti me lo ha reso irriconoscibile (ma che in altri passaggi me lo ha fatto somigliare a Oliver Hardy), Hanks impersona la controversa figura del colonnello Parker, un po’ mentore e un po’ manager del famoso cantante.

Anche il giovane Butler, volto abbastanza nuovo per gli schermi, si ritrova supportato da un make-up ineccepibile che restituisce a distanza di tempo l’immagine del famoso rocker.

Butler e Hanks sono i due poli della trama: si attraggono e si respingono su uno sfondo sociale americano che (siamo tra gli anni sessanta e settanta) sta sicuramente cambiando nei modi e nei pensieri.

Questo non significa che il resto del cast sia inesistente. In minima o media misura, gli altri attori contribuiscono alla resa verosimile dell’insieme. Non c’è qualcun altro che spicca, ad eccezione di Helen Thomson nella parte della madre di Elvis.

Trattandosi di un biopic musicale, la regia incentra il suo ‘fuoco’ sulle canzoni e sulla nascita del fenomeno, sorvolando su dettagli non del tutto trascurabili. Ne risente un po’ la vicenda in generale, laddove alcuni aspetti della vita di Elvis sono forse trattati in modo troppo rapido a dispetto di altri, fin troppo approfonditi. Tutto questo incide anche sulla lunghezza (159′) che potrebbe provare l’attenzione di qualche spettatore.

Se non altro, è stato bello vederlo in lingua originale per cogliere le sfumature degli accenti di ciascun interprete. Ma ancora di più è stato bello riascoltare alcuni cavalli di battaglia (tutti sarebbe stato impossibile) di Presley. Dal punto di vista musicale è stata una bella esperienza. Analizzando il prodotto cinematografico, posso dire che non è male ma che si poteva fare di più.

 

Enrico Redaelli per GlobalStorytelling